giovedì 12 marzo 2015
“I’m Italian”: documentario sulla crisi in Ucraina
“I’m Italian” è un progetto per contribuire a rompere il muro di silenzio che avvolge la catastrofe umanitaria di cui è vittima la popolazione civile del Donbass. Crediamo che una soluzione pacifica allo scontro sia possibile, solo se sarà ascoltata anche “l’altra voce” e non una soltanto.
canale Youtube di Pandoratv
Fonte: SYSTEM FAILURE
mercoledì 11 marzo 2015
Il Giappone ricorda Fukushima
A Tokyo l’imperatore giapponese Akihito e l’imperatrice Michiko s’inchinano di fronte al memoriale per le vittime del terremoto e dello tsunami che ha colpito il paese quattro anni fa. Toru Hanai, Reuters/Contrasto
L’11 marzo del 2011 un terremoto sottomarino di magnitudo 9 ha colpito la costa orientale della regione di Tōhoku, in Giappone, scatenando uno tsunami, con onde alte fino a 40 metri, che ha devastato l’entroterra fino a 10 chilometri dal mare. Secondo le autorità giapponesi le vittime sono più di 18mila, di cui 2.633 persone risultano ancora disperse.
A quattro anni dal disastro le autorità del paese hanno osservato un minuto di silenzio a Tokyo e in tutte le località colpite per ricordare le vittime.
Alla catastrofe naturale, si è aggiunto l’incidente nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi, gestita dalla società Tepco. Lo tsunami ha danneggiato il sistema di raffreddamento della centrale, causando la fusione di tre reattori. Circa trecentomila persone sono state costrette a lasciare le loro case nelle aree circostanti a causa delle radiazioni. Quattro anni dopo lo tsunami, circa 230mila persone vivono ancora in alloggi provvisori, lontani dalle loro case. Nella regione di Tōhoku, la più interessata dalla tsunami, sono state ricostruite solo seimila case, delle 30mila previste. Afp
Fonte: Internazionale
Berlusconi assolto in Cassazione, ma non finisce qui
Silvio Berlusconi ce l’ha fatta. Dopo 10 ore di camera di consiglio la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Appello del 18 luglio scorso e stabilito l’assoluzione definitiva per il caso Ruby.
Chi mi risarcirà? Il leader di FI si è detto felice per essersi “tolto un macigno dal cuore” e pronto a tornare in campo, Berlusconi si è anche chiesto: “chi mi risarcirà per tutto quello che ho subito?”
Assoluzione definitiva. Condannato in primo grado a 7 anni per concussione per induzione e prostituzione minorile, Silvio Berlusconi era stato poi assolto in Appello ed ora è definitivamente prosciolto da ogni accusa. La Corte d’Appello aveva ritenuto che le pressioni, sia pure indebite, sulla questura non potessero essere qualificate come concussione. Mentre aveva ritenuto indimostrabile la consapevolezza di Berlusconi sulla reale età della ragazza.
Rigettati i ricorsi. Bisognerà attendere un mese per conoscere le motivazioni con cui è stata confermata la sentenza d’Appello e sono stati rigettati i ricorsi del procuratore generale di Milano Pietro De Petri e del procuratore generale della Cassazione, Eduardo Scardaccione, che in udienza aveva chiesto l’annullamento dell’assoluzione. “L’episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Mubarak è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro”, aveva detto il procuratore generale.
Vince la linea Coppi. A spingere la Cassazione all’assoluzione definitiva ha contribuito non poco il penalista Franco Coppi e la sua tattica, così diversa da quella di Ghedini e Longo. Coppi ha sottolineato come la sentenza d’Appello non neghi la prostituzione, ma l’assenza di intimidazioni al capo di gabinetto che Berlusconi chiamò per chiedere l’affidamento di Ruby alla consigliera regionale Nicole Minetti: “la sentenza di assoluzione ammette che ad Arcore si sono svolte cene e prostituzione a pagamento, cosa che la difesa non contesta, ma nella sentenza non si trova la prova di alcuna minaccia implicita o esplicita rivolta a Ostuni”.
Ritrovata l’agibilità politica, ma non finisce qui. Con la sentenza di Cassazione Berlusconi ritrova la piena agibilità politica, ma le sue vicende giudiziarie sono tutt’altro che concluse.
Ruby ter. In primis c’è l’inchiesta “Ruby ter” in corso a Milano - per cui è stata chiesta di recente la proroga delle indagini - in cui si presume la corruzione di testimoni: le ragazze del “bunga bunga” sarebbero state pagate fino a pochissimo tempo fa per dire il falso nelle udienze. La novità grossa riguarda Marysthell Polanco, la showgirl avrebbe rivelato ai pm nuovi particolari sul caso Ruby e la Procura di Milano ha deciso di mettere a verbale il suo interrogatorio. Alle dichiarazioni della Polanco potrebbero aggiungersi presto anche quelle della sua amica Aris Espinosa, mentre altri particolari utili potrebbero emergere dai telefoni sequestrati alle “olgettine”. Nel “Ruby ter” figurano indagate a vario titolo, per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza, 45 persone tra cui più di 20 olgettine. Intanto, sarebbe stata avviata una rogatoria in Messico per cercare il presunto “tesoro” di cui sarebbero in possesso Ruby e il proprio compagno. Ma l’agenda giudiziaria dell’ex premier risulta ricca di impegni.
Nuova causa Cir-Fininvest. Si comincia il 18 marzo prossimo a Milano, dove riparte la causa civile che vede la Cir contrapposta alla Fininvest. De Benedetti chiede a Silvio Berlusconi più di 90 milioni di euro di risarcimento, interessi e spese legali, per la vicenda già conclusa del lodo Mondadori.
Ricorso caso Unipol. Il 31 marzo, invece, la Cassazione valuterà il ricorso presentato da Berlusconi e dal fratello Paolo per ottenere la piena assoluzione sulla vicenda dell‘intercettazione tra l’ex segretario del Pd Piero Fassino e l’allora presidente di Unipol Giovanni Consorte, il famoso “abbiamo una banca!” uscita su Il Giornale prima di essere depositata agli atti dell’inchiesta sulla scalata Unipol-Bnl.
Corruzione Tarantini. È attesa per il 10 aprile, a Bari, l’udienza preliminare che vede Berlusconi imputato con l’ex direttore de l’Avanti Valter Lavitola per il reato di induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. L’ex presidente del Consiglio avrebbe elargito denaro l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini perché dichiarasse il falso in merito alle prostitute portate nelle residenze di Berlusconi tra il 2008 e il 2009.
Compravendita senatori. Sempre con l’ex direttore de l’Avanti, Valter Lavitola, Berlusconi è imputato nel processo partito l’11 aprile scorso a Napoli per la presunta compravendita di senatori. È la vicenda che Berlusconi e i suoi avvocati temono maggiormente, soprattutto per la posizione di Sergio De Gregorio.
Riabilitazione. Berlusconi inoltre è in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano che dovrà valutare le relazioni dei servizi sociali e decidere se il suo percorso di riabilitazione - terminato domenica scorsa, dopo 10 mesi e mezzo di affidamento in prova nell’attività di assistenza agli anziani dell’Istituto Sacra Famiglia - è andato a buon fine. L’affidamento in prova ai servizi sociali era stato deciso in seguito alla condanna definitiva per la frode fiscale commessa con la compravendita dei diritti tv Mediaset.
Mantenimento Veronica. Senza contare il capitolo più strettamente “familiare”, ovvero, il divorzio da Veronica Lario, sancito dal tribunale di Monza il 18 febbraio scorso, per cui resta da affrontare la spinosa vicenda economica relativa al mantenimento dell’ex moglie.
Fonte: Diritto di critica
martedì 10 marzo 2015
La tv ai tempi del web
Internet non ha ucciso la televisione, ma se la sta comprando. Una rivoluzione pericolosa
Francesco Cancellato
Un dato, prima di tutto. Lo scorso anno, la percentuale dei telespettatori italiani è cresciuta, rispetto all'anno precedente, di due punti percentuali. Possiamo interpretare il dato come un incidente di percorso, o come l'eccezionale deviazione da un percorso, ineluttabile, di progressiva sostituzione del mezzo di comunicazione per eccellenza della seconda metà del ’900 (la tv), con quello del nuovo millennio (internet). Sarà anche così: quel che è certo, sinora, è che internet non ha distrutto la televisione, né pare stia minacciando di farlo. Al contrario, la rete si abbevera di contenuti e discussioni che hanno come oggetto contenuti televisivi. Magari quelle stesse serie tv che stanno strappando al cinema i migliori sceneggiatori, registi, attori.
Semmai, insomma, è la televisione che sta mangiandosi internet. Con i social network e i media online che assomigliano sempre più a piattaforme video. Con broadcaster online come Netflix o grandi piattaforme come Amazon che producono intrattenimento di alto livello. Con il moltiplicarsi degli strumenti per la fruizione di tali contenuti, non più solo dal tinello di casa o dalla camera da letto, bensì ovunque. Con la propaganda politica che produce al meglio i suoi effetti quando si muove nel recinto semantico dell’immagine in movimento. Un altro dato: 7 italiani su 10 vedono filmati online online e negli ultimi dodici mesi il consumo di tv su Internet - commenti e condivisioni compresi - è aumentato del 12%.
Se questo è vero, è vero anche che chi fa contenuti televisivi non è riuscito a monetizzare questa straordinaria espansione. Al contrario, per quanto paradossale possa sembrare, l’ha subita. Colpa di una rivoluzione tecnologica che ha tolto ai broadcaster il monopolio della produzione dei contenuti. Colpa anche, tuttavia, di una miopia sistemica, di un’incapacità diffusa a capire cosa stava accadendo. Sono lontani i tempi in cui Murdoch si comprò MySpace, pensando di avere in mano le chiavi dell’interazione sociale online. Quello fu un tentativo fallimentare, certo, ma fu anche l’unica mossa dei broadcaster per mettere le mani su internet e i suoi flussi di dati. Da allora, fermi e zitti.
Ora le carte le danno Facebook, Amazon, Google, Apple, Microsoft. Con ogni probabilità, saranno loro a decidere che televisione guarderemo domani, come la guarderemo e con chi. La loro strategia è chiara: eliminare ogni confine tra il mezzo televisivo e il web, tra lo spettatore e il produttore, tra la fruizione e l'interazione. E decidere, attraverso i loro algoritmi, cosa merita di essere visto e discusso online.
«Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto», diceva Karl Popper nel suo «Cattiva maestra televisione». E proseguiva: «Dico così perché anche i nemici della democrazia non sono ancora del tutto consapevoli del potere della televisione. Ma quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi». È già troppo tardi?
Fonte: Linkiesta.it
Francesco Cancellato
(Credits: Peter Macdiarmid/Getty Images)
Un dato, prima di tutto. Lo scorso anno, la percentuale dei telespettatori italiani è cresciuta, rispetto all'anno precedente, di due punti percentuali. Possiamo interpretare il dato come un incidente di percorso, o come l'eccezionale deviazione da un percorso, ineluttabile, di progressiva sostituzione del mezzo di comunicazione per eccellenza della seconda metà del ’900 (la tv), con quello del nuovo millennio (internet). Sarà anche così: quel che è certo, sinora, è che internet non ha distrutto la televisione, né pare stia minacciando di farlo. Al contrario, la rete si abbevera di contenuti e discussioni che hanno come oggetto contenuti televisivi. Magari quelle stesse serie tv che stanno strappando al cinema i migliori sceneggiatori, registi, attori.
Semmai, insomma, è la televisione che sta mangiandosi internet. Con i social network e i media online che assomigliano sempre più a piattaforme video. Con broadcaster online come Netflix o grandi piattaforme come Amazon che producono intrattenimento di alto livello. Con il moltiplicarsi degli strumenti per la fruizione di tali contenuti, non più solo dal tinello di casa o dalla camera da letto, bensì ovunque. Con la propaganda politica che produce al meglio i suoi effetti quando si muove nel recinto semantico dell’immagine in movimento. Un altro dato: 7 italiani su 10 vedono filmati online online e negli ultimi dodici mesi il consumo di tv su Internet - commenti e condivisioni compresi - è aumentato del 12%.
Se questo è vero, è vero anche che chi fa contenuti televisivi non è riuscito a monetizzare questa straordinaria espansione. Al contrario, per quanto paradossale possa sembrare, l’ha subita. Colpa di una rivoluzione tecnologica che ha tolto ai broadcaster il monopolio della produzione dei contenuti. Colpa anche, tuttavia, di una miopia sistemica, di un’incapacità diffusa a capire cosa stava accadendo. Sono lontani i tempi in cui Murdoch si comprò MySpace, pensando di avere in mano le chiavi dell’interazione sociale online. Quello fu un tentativo fallimentare, certo, ma fu anche l’unica mossa dei broadcaster per mettere le mani su internet e i suoi flussi di dati. Da allora, fermi e zitti.
Ora le carte le danno Facebook, Amazon, Google, Apple, Microsoft. Con ogni probabilità, saranno loro a decidere che televisione guarderemo domani, come la guarderemo e con chi. La loro strategia è chiara: eliminare ogni confine tra il mezzo televisivo e il web, tra lo spettatore e il produttore, tra la fruizione e l'interazione. E decidere, attraverso i loro algoritmi, cosa merita di essere visto e discusso online.
«Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto», diceva Karl Popper nel suo «Cattiva maestra televisione». E proseguiva: «Dico così perché anche i nemici della democrazia non sono ancora del tutto consapevoli del potere della televisione. Ma quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi». È già troppo tardi?
Fonte: Linkiesta.it
lunedì 9 marzo 2015
I Boko Haram dichiarano fedeltà all’ISIS
Intanto le truppe di Ciad e Niger sono in Nigeria per dare loro la caccia
Abubakar Shekau, leader e portavoce dei Boko Haram, ha rilasciato un video nel weekend nel quale dichiara la fedeltà del suo gruppo allo Stato Islamico di al Baghdadi.
LA FEDELTÀ ALL’ISIS - Si tratta sicuramente di un colpo di propaganda, ma non è nuovo e forse è un segnale di debolezza da parte dei Boko Haram. Abubakar Shekau infatti ha dichiarato unilateralmente la sua adesione al progetto del Califfato e non pare proprio che tra le due organizzazioni ci siano stati dei contatti o delle relazioni tali da pensare alla formalizzazione di un accordo.
BOKO HARAM DOWN - I Boko Haram per di più vengono da una serie di sconfitte dolorose, ora che all’esercito nigeriano e a quello del Camerun si sono uniti anche quelli del Niger e, soprattutto, quello del Ciad e il loro annuncio segue la decisione dell’Unione Africana di costituire una forza multinazionale di 10.000 uomini con base nella capitale del Ciad, che avrà lo scopo di «sradicare la presenza dei Boko Haram» nella regione.
L’IMPEGNO MULTINAZIONALE - E proprio oggi è la notizia che Ciad e Niger hanno iniziato un’operazione congiunta contro i Boko Haram nella parte Nord-orientale della Nigeria. Un’operazione sostenuta dall’aviazione e che è partita dal Niger e che porta per la prima volta le truppe di Niamey oltre i confini della Nigeria, a raggiungere quelle del Ciad che già sono entrate da un paio di settimane sfondando ogni resistenza da parte dei Boko Haram e infliggendo grosse perdite agli estremisti islamici.
I BOKO HARAM SUBISCONO - Un’offensiva che ha portato alla liberazione di 30 abitati dalla presenza dei Boko Haram, che rendendo impraticabile la regione ha anche ridotto grandemente gli scambi commerciali tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun e tagliato una delle grandi rotte commerciali che collegano il centro del continente con il Nord.
LEGGI ANCHE: Liberati 158 ostaggi dei Boko Haram
LA GUERRA CONTINUA - I Boko Haram comunque non sono sono in ritirata e non appaiono rassegnati, sabato tre kamikaze hanno colpito la capitale dello stato del Borno, Maiduguri, uccidendo 51 persone e ferendone più di 100, ma già da un paio di settimane hanno smesso di attaccare e saccheggiare villaggi, segno che la pressione dei militati del Ciad è efficace e li ha costretti sulla difensiva. Alla fine di gennaio Maiduguri era stata attaccata dai Boko Haram che avevano cercato di conquistarla, fallito l’assalto il movimento è andato incontro a una serie di sconfitte sia nel Borno che nel vicino Camerun..
Fonte: Giornalettismo
Abubakar Shekau, leader e portavoce dei Boko Haram, ha rilasciato un video nel weekend nel quale dichiara la fedeltà del suo gruppo allo Stato Islamico di al Baghdadi.
Truppe del Camerun impegnate contro i Boko Haram (Photo credit Reinnier KAZE/AFP/Getty Images)
LA FEDELTÀ ALL’ISIS - Si tratta sicuramente di un colpo di propaganda, ma non è nuovo e forse è un segnale di debolezza da parte dei Boko Haram. Abubakar Shekau infatti ha dichiarato unilateralmente la sua adesione al progetto del Califfato e non pare proprio che tra le due organizzazioni ci siano stati dei contatti o delle relazioni tali da pensare alla formalizzazione di un accordo.
BOKO HARAM DOWN - I Boko Haram per di più vengono da una serie di sconfitte dolorose, ora che all’esercito nigeriano e a quello del Camerun si sono uniti anche quelli del Niger e, soprattutto, quello del Ciad e il loro annuncio segue la decisione dell’Unione Africana di costituire una forza multinazionale di 10.000 uomini con base nella capitale del Ciad, che avrà lo scopo di «sradicare la presenza dei Boko Haram» nella regione.
L’IMPEGNO MULTINAZIONALE - E proprio oggi è la notizia che Ciad e Niger hanno iniziato un’operazione congiunta contro i Boko Haram nella parte Nord-orientale della Nigeria. Un’operazione sostenuta dall’aviazione e che è partita dal Niger e che porta per la prima volta le truppe di Niamey oltre i confini della Nigeria, a raggiungere quelle del Ciad che già sono entrate da un paio di settimane sfondando ogni resistenza da parte dei Boko Haram e infliggendo grosse perdite agli estremisti islamici.
I BOKO HARAM SUBISCONO - Un’offensiva che ha portato alla liberazione di 30 abitati dalla presenza dei Boko Haram, che rendendo impraticabile la regione ha anche ridotto grandemente gli scambi commerciali tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun e tagliato una delle grandi rotte commerciali che collegano il centro del continente con il Nord.
LEGGI ANCHE: Liberati 158 ostaggi dei Boko Haram
LA GUERRA CONTINUA - I Boko Haram comunque non sono sono in ritirata e non appaiono rassegnati, sabato tre kamikaze hanno colpito la capitale dello stato del Borno, Maiduguri, uccidendo 51 persone e ferendone più di 100, ma già da un paio di settimane hanno smesso di attaccare e saccheggiare villaggi, segno che la pressione dei militati del Ciad è efficace e li ha costretti sulla difensiva. Alla fine di gennaio Maiduguri era stata attaccata dai Boko Haram che avevano cercato di conquistarla, fallito l’assalto il movimento è andato incontro a una serie di sconfitte sia nel Borno che nel vicino Camerun..
Fonte: Giornalettismo
domenica 8 marzo 2015
Perchè si 'festeggia' l'8 marzo
Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Dietro questa festa (termine non proprio esatto perchè in realtà si chiama Giornata internazionale della donna) c'è un significato molto importante.
La storia più conosciuta della festa della donna è senza dubbio quella che risale al 1908. In un' azienda tessile, la Cotton di New York, alcune operaie decisero di fare sciopero per denunciare le condizioni poco accettabili nelle quali erano costrette ad eseguire il proprio lavoro. La protesta continuò per alcuni giorni, fino all'8 marzo, quando i proprietari decisero di bloccare tutte le uscite dell'industria. Il destino ha voluto che scoppiasse un incendio in cui persero la vita 129 donne, alcune anche italiane, che volevano solo avere un posto migliore in cui lavorare. Questa pare sia la leggenda più conosciuta sulla festa della donna, ma non la vera storia.
La vera storia della festa della donna va fatta coincidere con il 28 febbraio del 1909, quando il Partito Socialista americano, dopo anni di discussioni, decise di organizzare una grande manifestazione in favore del diritto di voto delle donne. Dal novembre 1908 fino al febbraio 1909 furono molte le proteste e gli scioperi delle donne che desideravano un aumento e un posto di lavoro migliore. Nel 1910 venne presa in seria considerazione l'istituzione di una giornata dedicata alle donne. Il 25 marzo del 1911 successe qualcosa di molto significativo per la nascita della festa della donna. In una fabbrica di New York, la Triangle, un incendio uccise 146 persone, la maggior parte donne immigrate. Da lì in avanti le proteste delle donne iniziarono a moltiplicarsi anche in molto paesi Europei. A San Pietro Burgo, l'8 marzo 1917, le donne manifestarono il loro desiderio di porre fine alla guerra protestando nelle piazze. Questa data fu ispirazione per far istituire a Mosca la Giornata Internazionale dell'Operaia, che si celebra appunto l'8 marzo.
La festa della donna in Italia iniziò a essere commemorata nel 1922. Ma solo nel 1945 l'Unione Donne in Italia diede un certo peso a tale manifestazione, celebrando la giornata della donna nelle zone liberate dal fascismo. L'anno successivo, l'8 marzo 1946, nacque la giornata della donna: tutta Italia ricordò la celebrazione dell'anno prima. Fu scelta la mimosa come simbolo perché fiorisce nei primi giorni di marzo. Negli anni a seguire la giornata è diventata anche simbolo di reclamo di diritti e di tutela delle conquiste delle donne.
Non ci limitiamo a pensare, dunque, che è la festa dove regalare le mimose al gentil sesso e/o delle cene fuori per le donne, ma pensiamo soprattutto al significato importante che c'è dietro questa festa.
sabato 7 marzo 2015
Dissesto idrogeologico e smog: 42 mila monumenti a rischio in Italia
Il patrimonio artistico italiano è in pericolo a causa dell’esposizione allo smog e al rischio idrogeologico. A rivelare le principali minacce all’integrità dei monumenti italiani è l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in uno studio durato 15 anni e realizzato in collaborazione con l’ISCR, l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro.
L’analisi condotta sui beni culturali archeologici e architettonici presenti in Italia ha rivelato che ben 42 mila monumenti sono esposti al rischio di frane, alluvioni e all’azione corrosiva dello smog.
La situazione appare particolarmente critica nella Capitale dove 2.205 monumenti si trovano in aree con un rischio idraulico elevato. Tra questi luoghi simbolo di Roma come Piazza Navona, Piazza del Popolo e il Pantheon. Secondo gli esperti, in caso di alluvione decine di monumenti potrebbero subire danni irreparabili.
In Italia complessivamente sono 28.483 monumenti i monumenti a rischio alluvioni. Il rischio di alluvioni rare interessa un numero ancora maggiore di monumenti, circa 39 mila. A Firenze il rischio idraulico minaccia 1.145 monumenti. Tra questi figurano la Basilica di Santa Croce, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, la Biblioteca Nazionale e il Battistero. Il rischio idraulico non è però l’unica minaccia per i monumenti italiani. L’ISPRA e l’ISCR hanno condotto analisi sullo stato di conservazione del patrimonio monumentale romano, rivelando che ogni anno i monumenti in marmo perdono una superficie di 5,2-5,9 micron a causa dell’azione corrosiva degli agenti inquinanti. I monumenti in bronzo perdono invece ogni anno una superficie compresa tra 0,30 e 0,35 micron. I monumenti in serio pericolo a causa dello smog a Roma sono 3.660.
Gli esperti dell’ISPRA e dell’ISCR avvertono che senza piani per la riduzione dell’inquinamento atmosferico nella Capitale, il rischio di produrre danni irreparabili ai beni culturali archeologici e architettonici è molto alto. I monumenti non riescono ad autoripararsi come l’organismo umano. L’azione corrosiva dello smog non può essere invertita, se non con interventi costosi che mirino a ripristinare le condizioni originali del monumento. Al momento purtroppo non esiste una normativa nazionale che limiti le emissioni di polveri sottili entro valori non pericolosi per i monumenti.
A minacciare il patrimonio artistico italiano è anche il rischio di frane, che interessa in tutta la Penisola ben 14 mila beni culturali. Le frane potrebbero far scomparire interi borghi storici come Volterra (PI), Civita di Bagnoregio (VT) e Certaldo, in Provincia di Firenze. A Volterra lo scorso anno sono già crollate le mura di cinta, risalenti all’epoca medioevale.
Non meno preoccupante è l’impatto dei cambiamenti climatici sui monumenti italiani. Ad Ancona, città oggetto degli studi dell’ISPRA e dell’ISCR, gli eventi meteo estremi e l’aumento delle temperature globali mettono in serio pericolo opere ed edifici di alto valore storico-culturale come la Chiesa del Gesù, la Chiesa del SS Sacramento, il Lazzaretto, la Porta Farina e il Tempio di San Rocco.
Fonte: FREE ITALIA
venerdì 6 marzo 2015
La qualità nell’informazione
Il giornalismo, come molte professioni intellettuali, è di difficile misurazione e classificazione, ambito dove la misura si incentra essenzialmente su parametri qualitativi e poco su quelli quantitativi.
Un fatto che spesso si scontra con le difficoltà attuali di monetizzare, nel difficile passaggio da carta a digitale, che generano “click whore”, articoli prodotti con il solo scopo di attirare traffico al sito del quotidiano che badano alla quantità invece che alla qualità dell’informazione.
Dovendo, volendo identificare alcuni parametri che vanno a costituire la qualità dell’informazione e dei giornali credo che il primo parametro da considerare sia nella capacità di soddisfare la necessità di comprendere il perché dei fatti, delle notizie. Il bisogno, nell’attuale fase di obesità dell’informazione, è di capire non di vedere, l’informazione deve spiegare non mostrare o riportare i fatti che, peraltro, spesso sono già diffusi in Rete dalle piattaforme sociali prima che da giornali e giornalisti…
Indubbiamente il fact checking, ovvero l’attribuzione di procedure specifiche di controllo di qualità dell’informazione prima della sua diffusione, è un altro aspetto che l’attuale corsa allo scoop sul filo del minuto rende elemento indispensabile per la definizione di qualità dell’informazione.
Ritenere che il lavoro giornalistico non si concluda con la pubblicazione ma riconoscere che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo, come recentemente ha sostenuto Alan Rusbridger, Editor-in-chief del The Guardian , è sia un elemento di apertura partecipativa al pubblico, ai lettori, che aspetto di processo che influenza la qualità del prodotto, del lavoro giornalistico, e dunque dell’informazione, per integrazioni e/o correzioni se del caso.
http://www.ahref.eu/it/ricerca/le-grandi-domande/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione/la-qualita-nellinformazione.html
Come evolve il concetto di qualità nell’informazione?
Una buona domanda è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per trovare qualche buona risposta. Il problema è dunque quello di chiarire se questa domanda possa essere una buona domanda. Di certo, è una domanda urgente. La quantità dell’informazione disponibile sta crescendo vertiginosamente, con i media sociali, internet, la digitalizzazione e la crescita della velocità di accesso ai contenuti che si trovano in rete. Il fatto è che internet ha reso enormemente meno costoso pubblicare. La funzione di filtro qualitativo, nell’epoca analogica, era affidata a pochi grandi “custodi” del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi, in un contesto in cui tutto si pubblica senza troppe difficoltà, quella stessa funzione si svolge nel momento della fruizione dei contenuti.
La ricchezza quantitativa di informazione diventa anche un problema in termini di giudizio critico, qualitativo. Ogni punto di vista è legittimo e ogni valutazione della qualità è possibile. Questo può arricchire e nello stesso tempo disorientare. Può aprire la cultura alla molteplicità delle libere espressioni e può rendere più difficile ritrovarsi su un terreno culturale comune, tollerante e rispettoso, col rischio che soltanto chi può parlare a voce più alta riesca a farsi udire nel rumore generalizzato.
Il rischio però è un modo preoccupato per definire il concetto di opportunità. Il rischio è un elemento integrante dell’innovazione. E quando una società se lo prende, vuol dire che è arrivata al momento in cui vuole cambiare. Un fatto è certo: la società ha assunto entusiasticamente la rete, ne ha sperimentato il valore d’uso, ci ha trovato liberazione e ricchezza di idee. Quindi ha visto più opportunità che rischi. Anche per questo, soprattutto per questo, l’evoluzione della rete non può e non deve essere fermata, temuta, manipolata, diretta, negata. Va presa di petto, con coraggio, con piglio attivo e costruttivo.
Se c’è un fenomeno di fondo nella cultura della rete è proprio la sua capacità di instillare la visione del cambiamento e di incentivare l’azione di chi lo cavalca, partecipando all’evoluzione dell’insieme. La qualità dell’informazione in rete, dunque, non si impone: la si arricchisce con il pensiero e l’iniziativa. Solo vivendo criticamente la rete se ne scoprono i problemi, si immaginano possibili soluzioni, si sperimentano iniziative per realizzarle.
Links alle fonti:
http://www.ahref.eu/it/ricerca/le-grandi-domande/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione/la-qualita-nellinformazione.html
http://www.ahref.eu/it/homepage/ricerca/le-grandi-domande/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione/come-evolve-il-concetto-di-qualita-nellinformazione.html
Fonte: SYSTEM FAILURE
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